I grandi innovatori del passato: VillepreuxI

Ritratti: i grandi innovatori del passato

The | Edge omaggia le storie di grandiosi personaggi storici, uomini e donne del passato, pionieri e pioniere dell’innovazione, che attraverso la diffusione del loro sapere e delle loro scoperte in ambito scientifico e tecnologico, hanno contribuito a rivoluzionare l’umanità.

Villepreux, la dama dell’Argonauta (e dell’acquario)

Jeanne Villepreux

(Juillac, 1794 – Juillac, 1871)

Va a Claude Arnal, studioso del villaggio francese di Juillac, il merito di aver riportato alla luce nel 1997 la storia della biologa marina Jeanne Villepreux, sua concittadina trapiantata in Sicilia, e dello strano mollusco che la rese famosa.

Chiamata anche Jeannette, Villepreux era figlia di un calzolaio, Pierre, e di una sarta, Jeanne Nicot. Nata in un villaggio della Corrèze, nella regione della Nuova Aquitania, la piccola vive un’infanzia serena in campagna. Impara a leggere e scrivere dalla madre che, però, perde ad appena undici anni. Il padre si risposa ma la nuova moglie non è cordiale. Così, compiuti i diciotto anni, Jeanne ottiene il permesso di trasferirsi a Parigi per lavoro. Giunta nella capitale francese in ritardo, la ragazza apprende di aver perso l’occasione ma, grazie a un fortuito incontro con una modista, riesce a farsi assumere come apprendista sarta. Sarà la sua fortuna.

L’atelier è “Germon et Huchez” e veste tutta la Parigi bene dell’epoca. Qui, Francesco I delle Due Sicilie commissiona il corredo per la figlia più grande, promessa sposa di Carlo Ferdinando di Borbone, nipote del re di Francia. Jeanne è incaricata di ricamare l’abito nuziale: l’opera le dà una grande notorietà finché la giovane conosce un ricco mercante inglese, James Power, che gestisce affari e compagnie di assicurazioni a Messina.

Nel 1818, i due si sposano e decidono di abitare nell’isola siciliana, in una piccola villa nella zona del porto. La coppia è accolta bene ma Jeanne non è attratta dalla vita mondana. Conquistata dalla bellezza della natura etnea, inizia a studiare a fondo flora e fauna locali.

La sua attività scientifica conoscerà due fasi: quella dello studio e della preparazione teorica fra il 1818 e il 1832; quella delle osservazioni, degli esperimenti, delle invenzioni e delle scoperte, fra il 1832 e il 1843.

La vicinanza della sua casa con il mare, la mette in contatto con i pescatori delle barche. Sono questi a procurarle le prime creature marine da studiare: le stelle marine, la piovra, la Bulla lignaria e la Pinna nobilis. La donna resta affascinata dal cosiddetto “nautilus di carta” o Argonauta argo, che si trasformerà nella sua scoperta più sensazionale.

Si tratta di un mollusco della famiglia dei Cefalopodi, presente in abbondanza nello stretto di Messina e così chiamato dalla nave greca «Argo», che portò Giasone e gli argonauti alla conquista del vello d’oro. Leggenda vuole, infatti, che tale imbarcazione fosse dotata di una vela che ricorda il guscio di questa sorta di parente stretto di un calamaro. Un guscio delicato, costituito da una conchiglia di straordinaria bellezza, nella quale la femmina depone le uova fecondate per difenderle dagli attacchi di pesci esterni.

Al tempo, gli scienziati ritenevano si trattasse di ermafrodita (nessuno aveva visto l’esemplare maschio) e che la conchiglia-corazza fosse “rubata” a un’altra specie. Villepreux campiona numerosi esemplari. E, per facilitare l’osservazione diretta, nel 1832 creò il primo acquario in vetro della storia. Da qui, realizzò che il guscio di questa creatura era auto-prodotto (ovvero fabbricato e riparato in proprio) dalle femmine, smentendo l’ipotesi del parassitismo.

Poco tempo dopo, la naturalista sviluppò altri acquari per le sue esplorazioni, le cosiddette “gabbioline Power” o “cages à la Power”: in legno imputrescibile, per calarli nelle profondità del mare o nei fondali bassi; in vetro sommergibile, all’interno di una gabbia, da usare nelle acque di superficie. Altri, per i molluschi più grandi, da calare a varie profondità e da ancorare in mare. Abile nel disegno, Jeanne inizia a praticare la tassidermia (la tecnica di conservazione degli animali) e le sue collezioni esposte in casa richiamano molti studiosi. Jeanne si spinse a tutta l’isola e fu la prima a esplorare le Madonie.

I risultati delle sue ricerche furono pubblicati nel 1839 in Observations et expériences physiques sur plusieurs animaux marins et terrestres («Osservazioni fisiche ed esperimenti su diversi animali marini e terrestri»). Alla adorata Trinacria, dedicò due opere: L’Itinerario della Sicilia (1839) e una «Guida per la Sicilia» (1842).

Nel frattempo, diverse accademie le aprono le porte. Il riconoscimento più importante fu quello della Zoological Society di Londra che nel 1839 la accoglie come socia. Il suo segretario, nonché sovrintendente del British Museum e fondatore del Natural History Museum di Londra, Richard Owen, ne conferma scoperte e innovazioni: fu lui a definirla «pioniera della biologia marina» e «madre dell’acquariologia», riconoscendola l’inventrice dell’acquario. Nel 1843, la coppia si trasferì di nuovo per vivere fra Regno Unito e Francia. Nel corso del tragitto, la nave contenente quanto raccolto nelle esplorazioni marine di Jeanne fece naufragio sulle coste bretoni, disperdendo buona parte delle collezioni, il materiale, gli appunti di studio, i documenti scientifici. Jeanne smise le sue ricerche e gli esperimenti. Dopo la sua morte, nel 1871, sprofonda nell’oblio fino alla sua riscoperta. Nel 2009, il francese Claude Duneton ne ripercorre la storia nel romanzo «La Dame de l’Argonaute» mentre l‘Unione europea ha inserito Jeannette tra le «40 heroins of science» che, al pari di Ipazia, Ada Lovelace o Marie Curie, hanno segnato il progresso della scienza e della conoscenza. A lei è intitolato anche l’acquario della città di Messina, dove la studiosa lo inventò.

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