Ritratti: i grandi innovatori del passato

The | Edge omaggia le storie di grandiosi personaggi storici, uomini e donne del passato, pionieri e pioniere dell’innovazione, che attraverso la diffusione del loro sapere e delle loro scoperte in ambito scientifico e tecnologico, hanno contribuito a rivoluzionare l’umanità.

I grandi innovatori del passato: Goddard

Ritratti: i grandi innovatori del passato

The | Edge omaggia le storie di grandiosi personaggi storici, uomini e donne del passato, pionieri e pioniere dell’innovazione, che attraverso la diffusione del loro sapere e delle loro scoperte in ambito scientifico e tecnologico, hanno contribuito a rivoluzionare l’umanità.

Goddard, il visionario “lunatico” dell’esplorazione dello spazio

Robert Hutchings Goddard

(Worcester, 1882 – Baltimora, 1945)

Padre della missilistica e fondatore dell’astronautica moderna, Robert Goddard era figlio unico di un proprietario di un’officina meccanica di Worcester, comune del Massachusetts che per primo inaugurò i biglietti di san Valentino.

Nonostante i modesti mezzi di famiglia, da piccolo ricevette una buona istruzione dimostrando ottime doti e ricca inventiva.

Il ragazzo studia fisica e meccanica, sogna grandi invenzioni, è attratto dalle innovazioni: ammira i cambiamenti delle fabbriche locali in piena rivoluzione industriale e i nuovi macchinari costruiti per aumentare la produzione americana.

Nel 1898, esce il primo romanzo di fantascienza dell’inglese Herbert Wells – War of the Worlds – pubblicato a puntate sul quotidiano Boston Globe. Il sedicenne Robert resta affascinato dal racconto di questa “guerra dei mondi” fra umani e marziani extraterresti. Come racconta nel suo diario, recatosi nel giardino dietro casa, un giorno salì su un albero di ciliegio e immaginò come trasformarlo per arrivare fino al pianeta Marte.

L’idea continua a frullargli in testa durante gli anni del college. Mentre frequenta il Worcester Polytechnic Institute, studia la dinamica dei razzi e svolge un compito universitario progettando un viaggio all’interno di un tubo vuoto in acciaio, sospeso e guidato dalla repulsione degli elettromagneti. Un’invenzione di cui, in seguito, registrerà il brevetto e che fissa come principio base quello della spinta.

Ancor prima della sua laurea, nel 1907, lancia il suo primo rudimentale razzo dal pianerottolo del dipartimento di fisica del politecnico, attirando molta attenzione (e qualche timore).

Nel 1908, ottiene un dottorato di ricerca presso la Clark University di Worcester e, nel 1911, si sposta a Princeton. Inizia a insegnare fisica ma impegna tutte le sue risorse economiche per i primi esperimenti missilistici.

Goddard disponeva di un piccolo laboratorio: qui dimostra che la spinta e la propulsione che ne segue possono avvenire nel vuoto e senza aria. Lo fa con un esperimento banale, costruendo una campana di vetro nella quale inserisce il piccolo razzo. Accesa la miccia, pur in assenza di aria, il prototipo si muove: senza saperlo, è il primo passo del viaggio dell’uomo nel cosmo.

A quel punto, lo scienziato sviluppa la teoria matematica della propulsione a razzo: calcola i rapporti fra spinta ed energia in base al peso di vari combustibili, fra cui idrogeno e ossigeno liquidi. Il passo successivo è la costruzione di un motore a razzo: Goddard fu il primo a svilupparne uno a combustibili liquidi, precedendo i tedeschi di una quindicina di anni.

Nella struttura accanto al suo laboratorio, Goddard lo prova. Nel 1925, annota che un razzo a propulsione liquida «ha funzionato in modo soddisfacente e sollevato il proprio peso».

Così, l’inventore predispone il primo volo al mondo di un razzo a propellente liquido. Il test ha luogo nella fattoria di sua zia Effie, nel vicino comune di Auburn. Il decollo va a buon fine: il modello, alto tre metri, rimane in volo due secondi e mezzo, coprendo la distanza di 56 metri alla velocità media di 100 km/h. È il 16 marzo del 1926: si apre una pagina nuova nella storia della ricerca spaziale. Ma pochi lo comprendono e gli abitanti della zona sono impauriti.

Mentre Goddard raggiunge il successo con il suo piccolo ma sofisticato motore a razzo, non sa che in Russia e Germania altri scienziati lavorano per lo stesso traguardo: si tratta di Konstantin Tsiolkovsky ed Herman Oberth. Ma gli esperimenti di questo pioniere americano vanno più avanti e la sua mente corre più veloce.

Nel 1920, la Smithsonian Institution – l’organizzazione di ricerca al tempo diretta dall’astrofisico Charles Abbot che lo sostiene con piccoli finanziamenti – pubblica i risultati del suo lavoro. L’articolo – «Un metodo per raggiungere altitudini estreme» – diventerà una pietra miliare dell’astronautica. In chiusura, Goddard ipotizza il volo sulla luna.

Da quel momento, la stampa inizia a occuparsi freneticamente di lui e lo ribatezza “Moon Man” o “Moony Goddard”, l’uomo lunatico, incredula che quest’uomo possa seriamente pensare di viaggiare oltre la terra. L’opinione pubblica ne teme gli esperimenti, i colleghi deridono ogni fallimento. Goddard, uomo schivo, si chiude nel silenzio ma non molla.

Nel 1929 è Charles Lindbergh, l’eroe della prima trasvolata atlantica in solitaria del 1927, a convincere il filantropo Daniel Guggenheim a supportarlo con centomila dollari. Goddard si sposta nelle praterie solitarie di Roswell, nel New Mexico. Impianta il primo laboratorio astronautico della storia, crea un equipaggio e progetta i voli sperimentali negli spazi aperti. Da allora, spende qui tutti i suoi giorni e lancia più di cinquanta missili.

Ottiene diversi risultati: nonostante i suoi modelli – primi prototipi dei moderni propulsori lunari – non superino un’altitudine di 1,6 chilometri, Goddard registra i primi brevetti per istituire una struttura governativa destinata al lancio dei razzi per volare a grandi quote.

Nella sua officina, sviluppa le prime pompe per carburanti per missili, l’autoraffreddamento del motore, progetta o perfeziona altri elementi decisivi per il trasporto dell’uomo nello spazio.

I suoi razzi diventano sempre più precisi, potenti e veloci. Dopo un anno di laboratorio, lanciò un razzo a 600 metri d’altezza e a 800 km/h di velocità. Poi, superò la barriera del suono fino a 2.500 metri. Ma l’opinione pubblica e le istituzioni continuano a snobbarlo.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale interrompe i suoi progetti. Lo sforzo bellico si concentra altrove, il settore aerospaziale sprofonda nel completo disinteresse. Lo scienziato è costretto a chiudere lo stabilimento e si mette a disposizione della Marina militare statunitense, progettando il decollo dell’idrovolante. Morirà di cancro alla gola nel 1945, all’alba della grande era spaziale: non molti anni dopo, il primo satellite russo Sputnik sarebbe entrato in orbita intorno alla terra e Jurij Gagarin avrebbe compiuto il primo volo di un uomo nello spazio. Fu questo smacco a restituire a Goddard il meritato (e tardivo) riconoscimento del suo paese: il governo americano acquistò dagli eredi i 214 brevetti depositati dallo scienziato e nel 1959 gli dedicò il «Goddard Space Flight Center», il laboratorio di scienze spaziali più grande del Maryland. Dopo lo sbarco sulla luna, gli Stati Uniti chiesero scusa al professor Goddard: dal 1976, questo precursore dei tempi, incompreso come spesso accade ai geniali visionari, è stato inserito nella International Space Hall of Fame.

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