Ritratti: i grandi innovatori del passato

The | Edge omaggia le storie di grandiosi personaggi storici, uomini e donne del passato, pionieri e pioniere dell’innovazione, che attraverso la diffusione del loro sapere e delle loro scoperte in ambito scientifico e tecnologico, hanno contribuito a rivoluzionare l’umanità.

Avatar digitale

L’immortalità digitale promette di rendere immortale un essere umano ricreandone l’identità post mortem. Un aiuto per chi deve affrontare la perdita di una persona amata che apre, però, più di un problema.

Avete mai pensato di continuare a vivere dopo la morte con un vostro “clone digitale”?
Emerso per la prima volta nel 2000, il progetto dell’immortalità digitale (o virtuale) – inizialmente confinato a pagine commemorative di un defunto – è diventato realtà negli ultimi dieci anni grazie all’evoluzione dell’intelligenza artificiale. Al punto che diverse aziende nel mondo lavorano alla creazione di esseri umani digitalmente immortali. In che modo? 
Il processo richiede due fasi: la prima è la digitalizzazione di una persona, ovvero la raccolta di dati che la riguardano ogni aspetto della sua vita, compresa quella sociale per la parte emotiva. Le strade per farlo sono diverse: archiviare conversazioni, messaggi vocali, registrazioni audio, testi che illustrano gusti della persona e ricordi come fotografie, giornali, libri, documenti, diari, interviste ecc. Ma anche analizzare l’uso dei social media quali post, foto, opinioni personali su forum, chat, blog per ricreare lo spirito, la personalità e le idee di chi non c’è più. Insomma, tutto ciò che contribuisce a ricostruire la sua esperienza di vita: quanto ha detto, visto, ascoltato, scritto o conservato. 
Il secondo passaggio riguarda, invece, come rendere vivente questa sorta di “avatar”. E qui la cosa diventa più complessa. L’intelligenza artificiale, addestrata con i dati raccolti dell’individuo scomparso, può creare una replica digitale che – alimentata dagli algoritmi di apprendimento automatico – può imitare i modelli di comportamento e gli stili di comunicazione del defunto. 

Ma c’è chi ritiene che questa vita post mortem dovrebbe limitarsi a ciò: un surrogato di quanto la persona è stata prima del trapasso. E chi, invece, punta a creare “avatar consapevoli” facendo elaborare il “clone mentale” all’intelligenza artificiale. L’applicazione consente al duplicato di continuare a interagire, imparare, evolvere in modo autonomo, con reazioni che avvengono sulla base di quanto immagazzinato in archivio. Come farebbe una persona reale, ma senza esserlo.
Altro aspetto cruciale riguarda l’affidabilità della ricostruzione. Spesso, la nostra vita “virtuale” sui social si adatta alle circostanze ovvero dà un resoconto inaffidabile di noi stessi. Mentre i ricordi di chi ci ha conosciuto sulla terra si affievoliscono con il passare del tempo. Dunque, qualsiasi simulazione del defunto è solo una approssimazione. Così, qualcuno punta direttamente a “mappare” il cervello della persona (ipotizzando, perfino, una copia funzionale non biologica) o ad archiviare ogni battito del cuore e del respiro attraverso i dispositivi di tecnologia indossabile – smartwatch e braccialetti fitness – già durante la vita. 
Quali le ricadute? Per chi affronta il lutto, una presenza – seppur virtuale – del caro estinto può offrire temporanea consolazione per elaborare il dolore. D’altra parte, rischia di rendere più difficile la presa d’atto della perdita. Senza contare la volontà di chi non c’è più all’uso dei dettagli privati di un’intera esistenza perché, come cantava Freddie Mercurie, Who Wants to Live Forever?

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