Ritratti: i grandi innovatori del passato, presente e futuro.

The | Edge omaggia le storie di grandiosi personaggi, pionieri e pioniere dell’innovazione, che attraverso la diffusione del loro sapere e delle loro scoperte in ambito scientifico e tecnologico, hanno contribuito e contribuiranno a rivoluzionare l’umanità.

Inganni geniali: quando la frode stimola il progresso

The | Edge indaga le storie di truffe e raggiri del passato.
Vicende ambigue e protagonisti controversi che hanno stimolato soluzioni brillanti, ispirato scoperte e spinto il mondo verso nuove direzioni. Perché anche l’errore – o l’inganno – può lasciare un’impronta sul cammino dell’innovazione.

Elmyr de Hory, il falsario ungherese e le tecniche di autenticazione dell’arte

Il lavoro di imitazione è, in qualche modo, una forma di arte come il manierismo? Elmyr de Hory sollevò molti dibattiti di natura etica e legale.

Nato a Budapest nell’aprile del 1906, Elmyr de Hory (all’anagrafe Elemér Albert Hoffman Hory) si vantava di provenire da nobile famiglia mitteleuropea. Stando al suo racconto, i suoi genitori si sarebbero separati quando era ragazzo, affidandolo alle governanti di famiglia. Tuttavia, l’intera vita di questo geniale falsario di opere d’arte del Novecento, ricostruita in una biografia dallo scrittore americano Clifford Irving e nel film documentario di Orson Welles «F come Fake», è costellata di mille pseudonimi e misteriosi inganni. Motivo per cui, spesso, è difficile distinguere la realtà dalla fantasia.

Studi in giro per l’Europa, poi la fuga da Berlino

Raggiunta la maggiore età, il giovane Elmyr si trasferì prima a Monaco di Baviera per studiare pittura classica e, dal 1926, a Parigi per frequentare i laboratori dei maestri francesi. Rientrato in patria, finì in carcere come dissidente politico poi, in quanto ebreo e omosessuale, fu perseguitato e deportato in un campo di concentramento in Germania.

Riuscito a scampare alla prigionia, si rifugiò in Francia e qui decise di guadagnarsi da vivere come artista. Ma le sue doti, sebbene notevoli, non erano così eccelse da regalargli il successo: aveva talento ma senza creatività.

Fu così che de Hory si avvicinò alle tele di celebri pittori e iniziò a copiarle. Scoprì di essere particolarmente dotato nell’imitazione dei dipinti: da Pablo Picasso a Henri Matisse, da Renoir ad Amedeo Modigliani, l’artista ungherese riproduceva i capolavori originali con risultati eccellenti.

Viste le sue sorprendenti capacità, de Hory decise di seguire questa strada e trasformò la falsificazione dell’arte in una carriera. Attività che portò avanti per molti anni, con una vita rocambolesca e, a tratti, travagliata.

Meticoloso nella chimica e nei dettagli

Il falsario magiaro aveva un’innata abilità nel replicare lo stile dei pittori che imitava ma mise a punto anche alcune tecniche sofisticate. Per esempio, sviluppò più di un modo per invecchiare i materiali utilizzati, come le tele o i colori a olio o a tempera. Per farlo, utilizzava trattamenti chimici o pigmenti che simulavano nelle pennellate l’usura del tempo e il deterioramento naturale.

Le conoscenze di pittura acquisite durante gli studi giovanili si perfezionarono man mano, rendendo la sua mano sapiente nei dettagli più piccoli, duplicati con precisione certosina e quasi “maniacale”. Sapeva come formare una patina sul dipinto finito, così da farlo apparire invecchiato e autentico. In tal modo, anche agli occhi più esperti fu difficile riconoscere i falsi.

Il primo “falso” venduto nel 1946, i sospetti nel 1955

Nel 1946, l’artista impostore vendette il suo primo “falso” (una tela di Picasso) a una nobildonna inglese che lo aveva scambiato per autentico.

Quindi, diventò socio in affari del mercante d’arte Jacques Chamberlin. Per diverso tempo i due si spostarono fra Europa e America per piazzare le copie, ingannando ricchi collezionisti privati o investitori ma anche gallerie d’arte e musei blasonati.

Intorno agli anni Cinquanta, iniziarono a sorgere i primi dubbi su de Hory. Così, l’uomo cominciò a cambiare spesso nome per presentarsi sempre con un aspetto diverso. Poi, per evitare un contatto di persona con i clienti, lavorò per corrispondenza grazie alla sua padronanza di cinque lingue.

Nel 1955, tuttavia, un’asta di sue tele sospette a Chicago fece scattare un’indagine federale.

Da Miami in Florida, il frodatore fuggì a Città del Messico.

L’incontro con il mercante d’arte Fernand Legros

In questi anni, non si sa se a New York o in Messico, de Hory aveva fatto l’altro incontro della sua vita: l’eccentrico mercante d’arte Fernand Legros.

Nato in Egitto da padre francese e madre greca, Legros aspirava a diventare un ballerino in una compagnia di danza ma, alla fine, si era dedicato al lucroso traffico illecito di opere d’arte. Fra i due, simili anche nello stile di vita fatto di frequenti spostamenti, si instaurò una relazione sentimentale piuttosto tormentata.

Il commerciante truffaldino aveva organizzato un gruppo di falsari di cui certificava le opere come originali con vari stratagemmi. Grazie alle sue numerose conoscenze e a una certa affidabilità conquistata sul mercato, Legros riusciva spesso a entrare in possesso di documenti effettivamente autentici o persuadeva le vedove dei grandi artisti scomparsi a mettergli a disposizione le schede tecniche delle tele.

Fra i suoi trucchi, c’era anche quello di sottoporre alla verifica dell’eventuale compratore un quadro originale per sostituirlo solo al momento della vendita o dell’asta con un falso realizzato nella sua scuderia. Per almeno dodici anni, la “banda” riuscì a truffare istituzioni e privati. Ma solo Legros si arricchì veramente.

La truffa porta alla scienza di autenticazione

L’ungherese de Hory affrontò vari problemi di salute e visse una profonda depressione. Rotto il rapporto con il compagno, nel 1962 rientrò in Europa e trascorse i suoi ultimi anni a Ibiza, dove morì nel 1976. Nonostante il declino dell’attività, la fama continuò a inseguirlo e diversi “falsi” sono ancora esposti nelle collezioni.

La storia di Elmyr de Hory sollevò molti dibattiti di natura etica e legale. Il lavoro di imitazione è, in qualche modo, una forma di arte come il manierismo? E i certificati autentici che, spesso, accompagnavano le sue copie configurano un reato di falso o di falsa attribuzione dell’autore?

Di certo, la sua frode ha contribuito ad accelerare la nascita della scienza forense dell’arte costringendo galleristi e musei a sviluppare le tecniche scientifiche di autenticazione delle opere. Se oggi l’arte dispone di metodi sofisticati, come l’analisi dei pigmenti con la fluorescenza a raggi X o la datazione dei materiali con l’esame stratigrafico delle fase pittoriche attraverso i microscopi ottici in luce radente, è grazie a questo falsario.

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