The | Edge esplora i grandi centri di ricerca e innovazione che hanno segnato la storia dell’umanità: un viaggio nelle grandi capitali della scienza.

Babilonia, prima “capitale della scienza” della storia
A cavallo fra il Tigri e l’Eufrate, nell’odierno Iraq, fiorì la civiltà della Mesopotamia e quella che può essere annoverata come la prima “capitale della scienza” della storia antica: Babilonia. Qui, nacquero astronomia, matematica e, fin dal XII secolo, fiorì anche un’importante tradizione medica. Non esisteva, ovviamente, un concetto moderno di scienza. Il sapere era prodotto da astrologi e astronomi che lavoravano nei templi ma la caratteristica chiave è che non prevalse mai l’aspetto religioso.
La “culla” della scienza astronomica: da Enheduanna a Enmeduranki
Non è facile ricostruire i nomi degli “scienziati” babilonesi perché qualsiasi cosa era trasmessa su tavolette d’argilla (andate perdute nel tempo) o, comunque, trascritta dagli scribi in forma anonima. È pervenuto il nome di Enheduanna, una sacerdotessa del 2300 a.C. che si occupò di astri e calendari.
Ricordato come fondatore della tradizione degli astronomi “divinatori”, c’è Enmeduranki. Figura decisiva per l’origine della scienza, secondo la tradizione, si dedicò all’osservazione degli astri, alla misurazione del tempo ma anche all’interpretazione dei presagi.
Fra il 1900 e il 1600 a.C., inoltre, la città visse lo sviluppo di una fiorente scuola di studiosi di matematica accertato dalla conservazione di centinaia di tavolette matematiche molto avanzate, fortunatamente tramandate ai posteri sebbene sostanzialmente anonime.
Sappiamo, però, che una scoperta fondamentale era stato il sofisticato sistema numerico sessagesimale ovvero che i babilonesi usavano la base 60: da questa, derivano i 60 minuti e i 60 secondi, i 360 gradi e i calcoli delle frazioni che erano in grado di fare con estrema efficienza.
Altra fondamentale innovazione fu l’algebra: i babilonesi sapevano risolvere equazioni quadratiche e, da alcune tavolette paleo-babilonesi, sappiamo che usavano rapporti fra i lati (invece che fra angoli), usavano procedure di calcolo equivalenti al quadrato e conoscevano, molto prima di Pitagora, anche le terne “pitagoriche”.
Quanto all’astronomia, registravano le fasi lunari, le eclissi, albe e tramonti, i movimenti dei pianeti portando avanti osservazioni continue fra astronomi, per secoli: si tratta di un caso unico nel mondo antico.
Fra le scoperte chiave, c’è il “ciclo di Saros” con il quale impararono a prevedere le eclissi lunari e solari oltre ai cicli di tre grandi pianeti: Giove, Saturno e Venere. Grazie a questo, crearono modelli matematici astratti per il moto dei pianeti che poi furono usati dai greci.
Nella medicina, invece, i babilonesi impararono a distinguere diverse fasi di una malattia catalogate in sintomi, prognosi e decorso. Fecero anche sorprendenti innovazioni nel campo farmacologico con elenchi sistematici di piante, minerali, sostanze animali, dosaggi e preparazioni medicamentose.
Il precursore di Ippocrate
Fu Esagil-kin-apli, un medico originario di Borsippa, attivo intorno al 1050 a.C. a gettare le fondamenta di questa scienza. Scriba al grande tempio di Esagila, è stato una pietra fondamentale per lo sviluppo della medicina grazie a un manuale di prognosi e diagnostica redatto di suo pugno. Un’opera magna di circa 40 tavolette che ben presto si impose come testo di riferimento e tale rimase per almeno 700 anni. Ovvero fino all’arrivo di Ippocrate che, nel V secolo a.C., dall’isola di Kos gettò le basi della medicina occidentale per i successivi secoli.
Si tratta di uno dei più antichi testi medici sistematici conosciuti e segue un rigoroso schema che prevedeva come visitare un malato dalla testa ai piedi distinguendo, sintomi osservabili, possibili cause, eventuale presenza di febbre, convulsioni, paralisi.
Pur in presenza di elementi religiosi e dando spazio alla figura di esorcisti, l’importanza di Esagil-kin-apli e del suo manuale diagnostico è dovuta al fatto che tale approccio non era ricondotto a ragioni divine o magiche. Il ragionamento clinico era basato su osservazione empirica, regole e classificazione. Un metodo razionale e verificato per la salute umana che, di fatto, precorre quello scientifico.
Naburimannu e l’astronomia matematica
Fra le poche figure note, c’è Naburimannu. Astronomo e matematico attivo fra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C., il suo nome compare fra le firme degli scribi e ne attestano l’esistenza anche alcune citazioni di autori greci.
Naburimannu non appare un osservatore autonomo ma parte di una scuola scientifica organizzata. Il suo principale contributo fu l’elaborazione di una “astronomia matematica” astratta e predittiva. La previsione, dunque, era frutto di modelli matematici sui pianeti, indipendentemente dai moti degli stessi e dalla geometria celeste. Di Giove, per esempio, uno di quelli studiati con maggiore assiduità, Naburimannu era in grado di prevedere con accuratezza la durata dei cicli, le stazioni e anche la visibilità.
Altra idea rivoluzionaria fu la rappresentazione del movimento dei pianeti come una velocità che cambia nel tempo.
Il lascito babilonese
L’eredità di Babilonia è duplice: da una parte, ci sono il calcolo astratto senza simboli e i modelli matematici predittivi, dall’altra questi furono i primi scienziati a dare vita alla scienza come tradizione collettiva (con le osservazioni astrali continue) e a una raccolta dati a lungo termine. Un approccio che pose le basi per mettere a punto un vero metodo scientifico. Senza i babilonesi, filosofi e naturalisti della Grecia antica non avrebbero avuto gli stessi risultati.


