
Poco si sa delle sue vere origini se non che, forse, era figlia di una famiglia di operai polacchi. Ma la sua affascinante storia, consacrata da Ingrid Bergman nel celebre film del 1956 “Anastasia” (per il quale l’attrice vinse il premio Oscar), ha tenuto sospeso per anni il mondo intero.
La fine dei Romanov e la figlia scampata
Tutto inizia nel 1920, quando Anna Anderson viene ricoverata a Berlino in seguito a un tentativo di suicidio. Per giorni, la giovane non parla e non rivela la sua identità. Finché un’altra degente crede di riconoscere nei suoi lineamenti un membro appartenente alla famiglia dei Romanov: la donna rivela di essere la granduchessa Anastasija Nikolaevna Romanova, quartogenita dello zar Nicola II. Da quel momento, parte la sua finzione.
La Rivoluzione d’ottobre, durante la quale la famiglia imperiale è stata arrestata e i bolscevichi hanno preso il potere, ha appena avuto il suo tragico epilogo a Ekaterinburg, in Siberia. Nella notte fra il 17 e il 18 luglio del 1918, Nicola II è stato giustiziato ma la storia è sprofondata nel mistero più fitto. Stando alla versione ufficiale, un plotone ha fucilato l’ultimo zar di Russia ma nessuno conferma la morte di tutti i Romanov. Anzi, per diversi anni, si lascia circolare la notizia che la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, ultima imperatrice di Russia, è stata trasferita in una località segreta insieme al figlio, lo zarevic Aleksej, ultimogenito della coppia e ultimo erede degli zar.
Questa circostanza alimenta la convinzione, all’epoca già molto forte, che diversi familiari siano sopravvissuti all’esecuzione comprese le quattro figlie dello zar: Olga, Tatiana, Maria e Anastasia.
I lineamenti fisici simili alla vera granduchessa
Anderson si presenta con caratteristiche anatomiche simili alla vera Anastasia: stessa altezza, identico colore azzurro degli occhi, stesso colore di capelli. Soffre di alluce valgo a entrambi i piedi, malformazione che aveva anche la granduchessa Romanov. I suoi tratti rafforzano l’ipotesi di autenticità.
La giovane è convincente e, sebbene senza prove, gli aristocratici russi espatriati le credono: è lei la figlia dello zar Nicola II. Molti di loro iniziano a sognare di restaurare l’impero con questa superstite. Ma, al centro della vicenda, c’è anche l’interesse di recuperare il “tesoro dei Romanov”. Centinaia di gioielli dal valore inestimabile trafugati e, per molto tempo, svaniti nel nulla. Spille, bracciali, monili e pendenti, croci e collane in platino e oro, pietre preziose, diamanti e smeraldi, monete d’oro. Le rinomate uova di Fabergé, che costituivano la collezione privata dello zar. Le sontuose corone imperiali russe come quella fatta realizzare da Caterina la Grande nel 1762, incastonata da decine di diamanti e oggi esposta al museo del Cremlino.
La nobiltà di mezzo mondo “mantiene” la falsa Anastasia
La stampa si divide fra chi crede alla donna e chi la bolla come una impostora. Parte una battaglia legale che andrà avanti per anni.
Nel frattempo, le famiglie di nobiltà russa e tedesca, fondazioni monarchiche e privati mantengono economicamente la donna con donazioni e sostegni.
Nel 1968, per sfuggire al clamore, la finta granduchessa si trasferisce a Charlottesville, in Virginia. Sposa uno storico, è ricoverata più volte per disturbi psichiatrici prima di morire di polmonite nel 1984. Il mistero sembra finire sepolto con lei.
Le tecniche di identificazione umana con il DNA
Il caso, però, resta aperto e spinge i ricercatori a sviluppare l’analisi del DNA per accertare la verità. È solo con la fine dell’Urss, nel 1991, che è possibile ricostruire la fine dei Romanov. Da alcuni scavi nella regione degli Urali, riemergono nove corpi.
Grazie al DNA mitocondriale, ereditato solo per lato materno, è possibile fare un raffronto con i parenti ancora viventi della zarina (come il principe Filippo di Edimburgo suo cugino di secondo grado) e altri discendenti. Con il DNA nucleare, invece, vengono esaminati gli incroci fra Nicola II e la sua prole.
Gli esperti riescono ad attribuire l’identità alle vittime e confermano che si tratta dello zar, della zarina e di due dei loro cinque figli, oltre a personale di servizio della famiglia imperiale. Ma non è possibile certificare che ci sia anche Anastasia.
Tre anni dopo vengono eseguiti gli esami del DNA anche su un reperto del corpo della falsa granduchessa: questi escludono definitivamente che Anna Anderson fosse figlia dello zar.
Nel 2007, sempre sugli Urali, sono ritrovati altri due corpi. Si conclude che uno è di Aleksej mentre l’altro potrebbe essere della sorella Maria o di Anastasia. Ma non è stato mai possibile identificare con certezza quest’ultima.
Resta che il caso della “finta” Anastasia, per decenni sotto i riflettori, ha spinto la comunità scientifica a sviluppare test di identificazione genetica e la ricerca sul DNA mitocondriale poi applicata all’archeologia forense.


