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Neuralink e le altre: se il cervello diventa una periferica

Le interfacce cervello-computer sono al centro di numerose ricerche, non solo da parte di startup pionieristiche ma anche di grandi colossi della tecnologia. Le implicazioni etiche e i rischi ad esse connessi rimangono ancora da esplorare.

Introduzione:
Le interfacce cervello-computer sono al centro di numerose ricerche, non solo da parte di startup pionieristiche ma anche di grandi colossi della tecnologia. Le implicazioni etiche e i rischi ad esse connessi rimangono ancora da esplorare.

La startup Neuralink, di proprietà di Elon Musk, ha annunciato a fine novembre che i primi test dei suoi impianti cerebrali su pazienti umani potrebbero avvenire già fra sei mesi, nel caso arrivino le necessarie approvazioni da parte della Food and Drug Administration, l’ente americano che regola i test clinici e l’approvazione di medicinali e dispositivi medici. “Potreste avere un impianto di Neuralink installato nel cervello già adesso e nemmeno ve ne accorgereste. In una delle prossime demo lo farò anche io”, ha detto Musk all’evento, trasudando il suo consueto ottimismo da assoluto tecno-positivista.
Il dispositivo a cui Neuralink sta lavorando è un tipo di impianto che, una volta installato con una procedura semiautomatizzata, permette di utilizzare i segnali cerebrali per controllare un dispositivo elettronico. È una procedura che, concettualmente, aumenterebbe le capacità del cervello trasformandolo in una vera e propria periferica di input. Proprio come un mouse, o una tastiera, in effetti, ma con implicazioni etiche complesse e ancora quasi del tutto inesplorate.
L’anno scorso Neuralink aveva mostrato il video di una scimmia che poteva giocare al famoso videogioco pong in modalità telepatica, utilizzando l’impianto Neuralink installato nel suo cervello. Quest’anno le scimmie sono tornate per mostrare il sistema di ricarica senza fili dell’impianto. L’aspetto più interessante (e inquietante) della conferenza è stata però la descrizione del “dispositivo”, di cui ora si sa un po’ di più. Dimenticatevi i classici chip a forma di pillola dei film di fantascienza: l’impianto di Neuralink è costituito da microchip collegati a un totale di 64 fibre spesse come un capello che vengono “iniettate” sotto il cranio da un robot industriale allestito ad hoc. L’uso di una macchina dedicata per l’operazione è dovuto alla dimensione delle fibre e alla necessità di posizionarle con estrema precisione.
Secondo quanto condiviso da Neuralink durante la recente presentazione, in una fase iniziale il dispositivo verrà ottimizzato per trattare pazienti con disabilità. Fra gli obiettivi della startup ci sono una procedura per restituire la vista e la “cura”, se così si potrà chiamare, delle paralisi spinali.
Neuralink è la più famosa fra le startup del settore, se non altro per il collegamento ad Elon Musk, ma non è certamente l’unica a far parlare di sé. Non sarà neppure la prima ad ottenere l’autorizzazione a condurre test su pazienti umani, qualora la FDA dovesse concederla nei prossimi mesi.
Il primato spetta infatti all’americana Synchron, una startup con sede a New York, che sta già testando il proprio impianto cerebrale, chiamato “Synchron Switch” su sei soggetti umani. Il sistema di Synchron è diverso da quello di Neuralink e si basa su uno stent che si può impiantare nel cervello tramite una “semplice operazione” di endoscopia vascolare e poi si collega a un ricevitore tramite una connessione wireless. È un approccio relativamente meno rischioso, ma che non consente il tipo di controllo avanzato promesso dal dispositivo di Neuralink.
Uno dei pazienti dotati dell’impianto, un signore australiano che vive a Melbourne e soffre di Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), è in grado di utilizzarlo per controllare dei semplici input sull’iPad. Il sistema al momento non è particolarmente complesso, ma consente al soggetto di selezionare lettere da una tastiera virtuale semplicemente “pensando” di muovere un piede. Il segnale corrispondente viene interpretato dal sistema e trasdotto in modo da corrispondere a un “tap” sulla tastiera dell’iPad.
L’interesse per questo tipo di ricerche non è recente. I primi esperimenti risalgono agli anni ’70 e la formula “interfaccia computer-cervello” (brain-computer interface) ampiamente utilizzata per descrivere impianti come questi si deve a uno studio pubblicato nel 1973 dall’informatico della UCLA Jaques Vidal.
Oggi la ricerca su queste tecnologie non è condotta più soltanto da sparuti pionieri e soprattutto non è prerogativa di startup come Neuralink e Synchron, che sanno investire bene tanto in ricerca quanto in comunicazione aziendale.
Secondo quanto rivelato a Semafor da Gillian Hayes, professore di informatica presso l’Università della California a Irvine, Apple sta infatti investendo molto in questo settore e ha già finanziato gruppi di ricerca presso la Carnegie Mellon University.
A sentire Elon Musk, le magnifiche sorti e progressive degli impianti cerebrali sono ormai inarrestabili. Ma se è vero che non siamo mai stati così vicini a trasformare il nostro cervello in una potentissima periferica, è vero anche che le procedure attuali comportano molti rischi di cui si sa ancora ben poco. Sia dal punto di vista pratico, con la possibilità di rigetto degli impianti o il loro graduale deterioramento, sia dal punto di vista etico, con una vasta serie di implicazioni che gli estremisti dell’ottimismo tecnologico come Elon Musk tendono spesso a considerare come faccende di second’ordine. A frenare gli entusiasmi ci ha pensato il dipartimento dell’Agricoltura, che ha avviato un’inchiesta su presunte pratiche di abuso dei test su animali da parte dell’azienda, a seguito di denunce interne arrivate dai dipendenti. Gli sviluppi dell’inchiesta potrebbero inevitabilmente rallentare l’approvazione dei trial sugli esseri umani promessi da Musk come imminenti.

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