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La testa nella nuvola: il brain uploading tra fantascienza e realtà

Riusciremo a conservare i nostri ricordi?

La possibilità di scaricare l’intero contenuto di un cervello umano in un computer capace di emularne il funzionamento è un grande classico della fantascienza. Per Elon Musk (e altri) è un’altra delle grandi scommesse tecnologiche di questo secolo.

“L’ho già fatto”. Ad aprile di quest’anno Elon Musk ha risposto così su Twitter a chi gli chiedeva se, potendo scaricare il proprio cervello sul cloud, il miliardario avrebbe avuto piacere di conversare con sé stesso tramite un computer. 
Musk è famoso tanto per il suo ruolo di imprenditore visionario, quanto per le sue sparate esagerate con cui intrattiene milioni di follower su Twitter. C’era dunque del vero, in quella risposta, o era solo un’altra delle sue boutade?

L’uscita di Musk ha destato scalpore perché l’imprenditore non è soltanto il CEO di Tesla e SpaceX, ma anche il co-fondatore e CEO di Neuralink, startup californiana che aspira a creare impianti cerebrali ibridi. Dopo il tweet, i fan di Musk hanno colto la palla al balzo per suggerire che l’upload cerebrale sia proprio uno degli obiettivi di Neuralink; i suoi detrattori l’hanno presa invece come un’ulteriore conferma del fatto che Musk dovrebbe twittare un po’ di meno. 

Al netto delle opinioni divergenti, è chiaro che Musk creda davvero che nel giro di qualche anno (o magari decennio) riusciremo a fare l’upload della nostra mente sulla rete. Del resto lo ha confermato, senza troppi giri di parole, in un’intervista pubblicata da Insider a marzo 2022. “Penso sia possibile”, ha detto l’imprenditore. “Potremmo scaricare le cose che riteniamo ci rendano unici. Certamente non saremmo più nello stesso corpo, è una differenza inevitabile, ma se si tratta di salvare i nostri ricordi, la nostra personalità, penso che saremo in grado di farlo”. Le risposte ottimiste di Musk sembrano ignorare, almeno superficialmente, il fatto che per riuscire in una simile, fantascientifica impresa, ci sono almeno tre grandi problemi ad oggi ancora ampiamente irrisolti. 

Il primo problema è di natura concettuale. Cos’è davvero una mente? Non esiste una risposta concreta e univoca a questa domanda. Sappiamo come funzionano i neuroni. Siamo in grado di individuare le funzioni di alcune specifiche sotto-strutture del cervello. Abbiamo sviluppato teorie sulla psicologia degli individui. Tuttavia il meccanismo con cui il cervello e (per estensione, la mente) governa la propria relazione con il corpo che lo ospita rimane in gran parte un mistero. Non sappiamo ad esempio se “la mente” così come la concepiamo possa funzionare senza il corpo, e se dunque una mente umana emulata al computer necessiti anche di una simulazione corporea. 

Se anche scoprissimo che la mente è in grado di funzionare in totale autonomia, avremmo un altro problema da affrontare: le necessità computazionali della simulazione. Per emulare efficacemente le complessità di una mente, anche soltanto una versione semplificata o ottimizzata della copia virtuale di un cervello umano, serve una vastissima potenza di calcolo.
Il progetto svizzero Blue Brain per la simulazione del cervello di un topo, nonostante i successi raggiunti, nel 2019 ha dimostrato che i modelli della corteccia cerebrale di un roditore erano già diventati troppo complessi da simulare anche per il supercomputer Blue Gene di IBM. Figuriamoci dunque cosa succederebbe con il modello di un cervello umano, esponenzialmente più complesso rispetto a quello di un roditore.

I computer quantistici, grazie alle loro capacità di calcolo in parallelo, potrebbero rappresentare una soluzione ai limiti di calcolo necessari alla simulazione. Ma anche qualora riuscissimo sia a capire cosa significa simulare una mente sia come farlo con successo, rimarrebbe comunque un ultimo scoglio da superare: riuscire nella scansione abbastanza precisa di un cervello umano. Le tecniche sperimentate finora sono distruttive e prevedono un complesso processo di sezionamento microscopico dell’organo. Scansioni non invasive con tecniche come la risonanza magnetica funzionale, per contro, non offrono ancora livelli di risoluzione tali da garantire una corretta lettura delle strutture cerebrali.

A meno che i team di Elon Musk abbiano già trovato soluzioni avanzatissime che non hanno ancora divulgato, difficilmente arriveremo a una vera e propria clonazione del nostro cervello nel corso dei prossimi decenni. Infine, anche se nei prossimi anni scoperte scientifiche e nuove tecniche ci avvicinassero al sogno fantascientifico dell’emulazione del cervello umano, dovremmo comunque affrontare una lunga e ampiamente irrisolta serie di questioni etiche sulla concezione della personalità, della sofferenza e dei diritti di una persona simulata. Complessità che neppure l’ultramiliardario visionario Elon Musk può permettersi di liquidare con una risposta stringata su Twitter.

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