Ritratti: i grandi innovatori del passato

The | Edge omaggia le storie di grandiosi personaggi storici, uomini e donne del passato, pionieri e pioniere dell’innovazione, che attraverso la diffusione del loro sapere e delle loro scoperte in ambito scientifico e tecnologico, hanno contribuito a rivoluzionare l’umanità.

I grandi innovatori del passato: Louis Pasteur

Ritratti: i grandi innovatori del passato

The | Edge omaggia le storie di grandiosi personaggi storici, uomini e donne del passato, pionieri e pioniere dell’innovazione, che attraverso la diffusione del loro sapere e delle loro scoperte in ambito scientifico e tecnologico, hanno contribuito a rivoluzionare l’umanità.

Pasteur, lo scienziato senza tempo

Louis Pasteur

(Dole, 1822 – Saint-Cloud, 1895)

A pochi è concesso l’onore di essere ricordato un po’ ovunque come è accaduto a Louis Pasteur, il cui nome si trova su scuole, ospedali, piazze e strade. Eppure, questo illustre scienziato francese, figlio di un conciatore decorato con la Legion d’Onore durante le guerre napoleoniche, all’inizio fu uno studente medio.

Da piccolo frequenta le elementari ad Arbois, poi la scuola secondaria nella vicina Besançon dove la famiglia si era trasferita. Ma il vero talento di Louis, al tempo, era il disegno: i pastelli e i ritratti, dipinti da adolescente, sono tuttora conservati al museo dell’Istituto Pasteur di Parigi.

Sempre a Besançon, presso il Royal College, Pasteur consegue il baccalaureato prima in Lettere e poi in Scienze. Nel 1843, è ammesso all’École Normale Supérieure dove frequenta le lezioni del chimico Jean-Baptiste-André Dumas e ne diventa assistente.

Appena diplomato, inizia ad approfondire i risultati del chimico tedesco Eilhardt Mitscherlich sul comportamento dei cristalli esposti alla luce polarizzata. Li studierà per dieci anni, compiendo la sua prima grande scoperta – l’asimmetria molecolare – e giungendo alla conclusione che questa è una delle caratteristiche principali della materia vivente (dunque, è all’origine della vita).

Fra il 1845 e il 1847, Pasteur consegue master in scienze, laurea in scienze fisiche e dottorato. Nel 1848 è nominato professore di fisica nel liceo di Digione ma l’abbandona subito per una cattedra di chimica all’università di Strasburgo. Qui si innamora della figlia del rettore, Marie Laurent, che sposa l’anno dopo e dalla quale avrà cinque figli (tre, purtroppo, morti prematuramente).

Il pensiero di Pasteur è che «non esistono cose come la scienza pura e applicata: esistono solo la scienza e l’applicazione della scienza». E, per capire la portata di questo scienziato, bisogna tenere a mente questa sua impostazione di ricerca. Un approccio che lo portò sempre a definire prima le basi teoriche e poi svilupparne l’applicazione industriale (lo studioso, infatti, depositò un gran numero di brevetti delle sue idee). Da qui, prendono vita i suoi tre grandi passi: fermentazione, pastorizzazione e vaccini.

Nel 1854, Pasteur è preside della facoltà di Scienze dell’università di Lille. In Francia, la crisi delle distillerie è profonda e colpisce vini e birra. Al chimico, viene chiesto di risolvere i problemi della produzione di una ditta locale. Pasteur inizia i suoi studi sulla fermentazione alcolica, poi li estende all’acidificazione del latte e del burro.

Rientrato a Parigi tre anni dopo come direttore dell’École Normale Supérieure, presenta i risultati dei suoi esperimenti dimostrando che a tutti i processi fermentativi partecipano organismi viventi e che ogni fermentazione è associata a uno specifico organismo. È la “teoria dei germi della fermentazione”. Ma Pasteur va oltre.

Partendo da questa assunzione, il chimico francese effettua altri test e, a sorpresa, si imbatte in un’altra novità: il processo di fermentazione si ferma, se si immette ossigeno (il cosiddetto «effetto Pasteur»). Questa scoperta lo spinge a dedurre l’esistenza di una forma di vita in grado di funzionare solo senza ossigeno (introduce i termini “aerobico” e “anaerobico” per distinguere gli organismi che vivono in presenza o assenza di ossigeno).

Forte di questa conoscenza, Pasteur studia l’applicazione pratica di microbi e fermentazione nell’industria vinicola e birraria francese, ormai ridotta allo stremo per i danni della contaminazione. Nel 1863 è lo stesso imperatore di Francia, Napoleone III, a chiedergli aiuto: Pasteur capisce che la contaminazione del vino è provocata da microbi e per risolvere il problema decide di scaldare la sostanza alcolica a 50-60 °C, inventando quel processo di pastorizzazione poi applicato soprattutto alla produzione del latte.

Negli stessi anni, Pasteur è chiamato a nuovi incarichi: prima all’Académie des Sciences e poi all’École des Beaux-Arts. Qui, si dedica alla sua nuova “mission”: salvare i bachi da seta e la sua fiorente industria al collasso. A metà dell’Ottocento, infatti, i vivai francesi di bachi da seta sono colpiti da una sconosciuta malattia. La Francia non riesce più a produrre uova per la produzione e neppure può importarle da altri paesi, perché l’epidemia si è estesa in tutta Europa fino a Cina e Giappone. Lo scienziato francese non sa nulla di bachi da seta ma accetta la sfida, ritenendola un’opportunità per studiare le malattie infettive.

Diventa sapiente coltivatore di bachi da seta fino a capire quali organismi causano la malattia. Quindi, mette a punto un metodo – ancora oggi utilizzato – per prevenire la contaminazione degli agenti patogeni nelle uova sane.

Nel 1868, Pasteur riceve la cattedra di chimica all’università Sorbona di Parigi. Nonostante una semiparalisi che lo ha colpito, mette a frutto quanto ha scoperto con i bachi da seta per continuare le ricerche sulle malattie infettive. Non senza bastoni fra le ruote perché i medici lo vedono solo come un chimico.

Nel 1873, tuttavia, gli vengono aperte le porte dell’Académie de Médicine. Saranno anni ancora prolifici nei quali Pasteur lavora al principio di vaccinazione e immunologia. Tutto inizia nel 1879, ancora una volta per un caso pratico: i polli sono decimati dal “colera dei polli” (i cui batteri sono stati, poi, classificati nel genere “Pasteurella”). Lo scienziato francese nota che la coltura di colera perde virulenza. Così, prova a inoculare nei polli sani una forma attenuata di colera sviluppata in coltura: gli animali diventano resistenti al ceppo più patogenico.

Da questo momento, Pasteur rivolge tutte le sue attenzioni all’immunizzazione applicando ad altre malattie il principio di questo lavoro sperimentale. Nel 1879, un’epidemia di antrace aveva ucciso migliaia di pecore in Francia e nel resto d’Europa, iniziando a colpire anche gli esseri umani.

Con la stessa procedura, Pasteur immunizza settanta capi di bestiame in una fattoria a Pouilly-le-For, con due somministrazioni (uno a bassa, uno ad alta virulenza). Il successo è tale che il suo nome varca i confini, spingendolo alla sua ultima battaglia: sconfiggere la rabbia.

Rifacendosi al suo grande precursore, l’inglese Edward Jenner che – come visto – scoprì la vaccinazione sul vaiolo, Pasteur si dedicò piuttosto a sviluppare i primi vaccini. E lo fece su una delle malattie più temute dell’epoca. Pur sbagliando l’origine (lo scienziato credeva che l’agente patogeno fosse un microbo invece era un virus) e benché il microscopio non riuscisse a identificarlo, Pasteur condusse i suoi esperimenti sui conigli. Li trattò con una forma attenuata che, tuttavia, arrivò a neutralizzare l’agente patogeno. Senza saperlo, dunque, non solo li aveva immunizzati ma aveva prodotto e aperto la strada a una seconda classe di vaccini, i vaccini inattivati.

A luglio del 1885, il preparato fu inoculato a un bambino di nove anni morso da un cane rabbioso. Pasteur fu coperto di gloria e il suo vaccino salvò migliaia di vite in tutta Europa. Iniziò così la medicina preventiva e le raccolte fondi per finanziare le campagne di vaccinazione.

La paralisi di Pasteur, però, non era altrettanto curabile e peggiorò fino alla morte dello scienziato nel 1895. Le sue spoglie furono sepolte prima a Notre-Dame poi traslate in una cripta dell’Istituto Pasteur.

Difficile, se non impossibile, sintetizzare la grande eredità di questo scienziato. I suoi studi sulle origini microbiche delle malattie e la sua “teoria dei germi della malattia” sono diventati base della microbiologia medica. Le sue indagini lo rendono un vero pioniere nella patologia infettiva. Fu anche il primo a riconoscere la variabilità della virulenza nelle malattie infettive. Un concetto ancora oggi alla base per lo studio delle malattie infettive e delle emergenze come nel caso di “mucca pazza”, Sars, Aids.

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