I grandi innovatori del passato: Fleming

Ritratti: i grandi innovatori del passato

The | Edge omaggia le storie di grandiosi personaggi storici, uomini e donne del passato, pionieri e pioniere dell’innovazione, che attraverso la diffusione del loro sapere e delle loro scoperte in ambito scientifico e tecnologico, hanno contribuito a rivoluzionare l’umanità.

Fleming, che scoprì (per caso) la pennicillina

Alexander Fleming

(Darvel, 1881 – Londra, 1955)

Settimo di otto figli nati da un contadino delle colline scozzesi, Alexander Fleming trascorse la sua infanzia fra la fattoria di famiglia e le scuole locali.

All’età di quattordici anni, raggiunge a Londra il fratello maggiore Thomas e si guadagna da vivere come addetto alle spedizioni. Nel 1901, però, uno zio gli lascia in eredità 250 sterline e il giovane decide di usarle per studiare, iscrivendosi alla scuola medica della St. Mary Hospital (l’ospedale universitario del centro di Londra dove sono nati molti reali britannici).

Nonostante gli scarsi studi di base, Fleming si dimostra uno studente dalle capacità straordinarie concludendo il corso e vincendo la medaglia d’oro come migliore allievo dell’ateneo.

La sua idea è diventare chirurgo ma l’apertura di un nuovo dipartimento per la vaccinazione, oltre all’incontro – di stima professionale ma anche di empatia umana – con il celebre immunologo Almroth Wright, lo indirizzano altrove.

Il piccolo reparto brulica di giovani promettenti, alla ricerca di terapie rivoluzionarie. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Fleming è inviato in un laboratorio di ricerca a Boulogne-sur-Mer. Mentre il suo superiore Wright impone alle truppe l’antitifo, Alexander deve trattare setticemie, gangrena e tetano.

Come batteriologo, si dedica allo sudio delle ferite dei soldati ricoverati nell’ospedale militare francese, allestito in un casinò. La chirurgia ha già individuato le misure di antisepsi per sterilizzare l’ambiente operatorio. Ma i microbi che ricoprono le divise dell’esercito, sporche di terra e residui bellici, appaiono una sfida diversa.

Fleming realizza che l’uso di antisettici non riesce ad agire in profondità e, anzi, peggiora le lacerazioni cutanee. Per questo, sceglie di curare le infezioni tenendo pulite le ferite con una semplice soluzione salina, puntando a favorire le difese naturali.

Al rientro a Londra nel 1919, il suo lavoro sul campo gli vale la promozione: diventa assistente del direttore del dipartimento Wright, che sostituirà nel 1946.

È nel 1921 che, del tutto casualmente, Fleming compie la scoperta destinata a cambiare rotta alla sua carriera: il lisozima. Si tratta di una sostanza presente negli umori corporali, come lacrime e saliva. Un’intuizione lo spinge a fare un esperimento con il suo muco, scoprendo che la coltura di microbi si sviluppa ovunque tranne dove ha passato il liquido. Da qui, la conferma che i fluidi del corpo umano contengono qualcosa di antibatterico molto efficace.

Pur non riuscendo a isolare l’enzima, nel 1922 l’uomo espone l’esito del laboratorio ai colleghi ma l’accoglienza non è calorosa. Con rigore scientifico, Fleming realizza altri cinque studi mettendo a fuoco il funzionamento delle infezioni e le reazioni del corpo umano. Il ricercatore arriva alla conclusione che l’enzima funziona solo con batteri non patogeni (ovvero su infezioni lievi) e questo gli garantisce un posto nella storia batteriologica.

Nel 1928, Fleming si dedica alle muffe. Non è il primo: diversi studiosi hanno già studiato la capacità delle muffe di distruggere i batteri. Il batteriologo scozzese, però, nota che alcuni vetrini del laboratorio con la coltura dello Staphilococcus aureus sono stati contaminati da un fungo. E questa muffa, identificata come Pennicillium notatum – poi Pennicililum chrysogenum – ha bloccato la crescita dei batteri.

Fleming chiamò questo “succo di muffa” pennicillina, dal nome della muffa che lo sviluppava. Ma credeva di aver scoperto l’ennesimo enzima, senza rendersi conto di aver trovato invece il primo antibiotico. Pur senza stabilizzare la pennicillina, il batteriologo realizzò l’indubbio potenziale in quanto iniettabile e antisettico topico. Per sviluppare una terapia, però, serve altro. Fu la Seconda guerra mondiale a inaugurare l’uso, su ampia scala, della pennicillina.

Nel 1945, Fleming ricevette il premio Nobel per la sua scoperta sebbene condiviso con i due colleghi – l’australiano Howard Florey e il biochimico tedesco Ernst Chain – che erano riusciti a isolare l’elemento. Di natura timida e riservata, lo scienziato fu accolto come l’ambasciatore mondiale della medicina e della scienza.

Nel 1953, quattro anni dopo la morte della sua prima moglie, Fleming si risposò con una microbiologa greca, Amalia Coutsouris-Voureka, sua collega durante una borsa di studio. Due anni dopo l’uomo morì, concludendo un decennio di vita fortunato.

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