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Auto sempre più connesse, sempre più insicure?

Guida autonoma, elettrificazione e connessione wireless sono i “must” dei veicoli di ultima generazione. Ma moltiplicano i rischi di intrusioni esterne. Se finora la principale paura di ogni automobilista è stata il furto della vettura, in tempi di auto connesse il pericolo si chiama “hacker”.

Del resto, una macchina è ormai come uno smartphone su quattro ruote. Basti pensare che, già oggi, il software di un’automobile comprende circa 100 milioni di righe di codice (le istruzioni date dal linguaggio di programmazione per funzionare) e si stima che, entro breve, il numero triplicherà. In confronto, un aereo per il trasporto passeggeri ha 15 milioni di linee di codice mentre un ordinario computer da lavoro ne ha 40 milioni. Facile capire, dunque, che un malintenzionato abbia solo l’imbarazzo della scelta. Tanto più perché gli “attacchi informatici” sono relativamente a basso costo per chi li fa, ma non per chi li subisce. Si calcola che, nel 2015, il “ritiro” dal mercato europeo di alcuni modelli compromessi per la cybersicurezza sia costato ai produttori più di 600 milioni di dollari.

Il complesso sistema software è frutto dei componenti elettronici presenti nei veicoli (buona parte ereditati dal passato), ma anche delle nuove utilità a bordo. Peccato che l’innovazione rappresenti anche una facile porta d’ingresso per le intrusioni e, quindi, un’area di estrema vulnerabilità per la sicurezza. Non solo di privacy, per esempio con un furto di dati relativi alla salute del conducente, all’assicurazione, alle sue abitudini o ai suoi metodi di pagamento. Fra i principali timori, ci sono lo “spoofing” ovvero un attacco informatico basato sulla falsificazione dell’identità da parte di un hacker capace di accedere alle funzioni di guida autonoma, motore e freni. E ancora: il rischio di prendere il controllo dell’auto stessa, di fare “spionaggio” delle conversazioni in auto, di manipolare i dati del veicolo o accedere a contenuti e informazioni forniti a chi è al volante via Bluetooth, Usb o Wi-Fi.

Durante l’uragano Irma nel 2017, per esempio, Tesla riuscì a fare un aggiornamento immediato del software delle sue vetture, suggerendo ai guidatori come consumare meno batteria, guadagnare ben 40 miglia di autonomia e tornare (sani e salvi) a casa. E se si fosse trattato di pirati informatici?

L’impatto può essere devastante. Secondo alcune simulazioni del Georgia Institute of Technology, gli hacker potrebbero perfino assumere la guida delle auto per chiedere un riscatto o creare il caos: mandare in tilt il traffico, bloccarlo o, peggio, provocare scontri fra le vetture.

Una ricerca condotta da Linklayer Labs, Politecnico di Milano e Trend Micro rivela inoltre che tutti i veicoli di ultima generazione sono soggetti a un potenziale attacco “Denial-of-Service”, in grado di spegnere da remoto o manualmente diversi componenti. A essere presi di mira sarebbero i sistemi di sicurezza come sensori di parcheggio, freni, airbag.

Per la produzione, insomma, sarà essenziale sviluppare un ecosistema delle vetture più sicuro ovvero studiare design e servizi di mobilità digitali a prova di “pirata” lungo l’intero ciclo di vita dell’auto. Una sfida non di poco conto.

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